LA MODA DELLE PAROLE

 

La moda delle parole

di Giuseppe Valerio

Se riandiamo a pochi anni fa – tanto per intenderci al periodo dopo il “defenestramento” dell’ultimo governo Berlusconi – sono circolate in Italia in quasi tutti gli ambienti parole d’ordine che venivano pronunciate ad ogni pie’ sospinto, rilanciate e “martellate” quotidianamente da giornali, radio e TV, e sostenute dalla grande maggioranza dei politici italiani.

Ne citiamo emblematicamente tre: spending review , flessibilità, austerità.

Le stesse rimbalzavano dalle aule ovattate dell’Unione europea in quelle più chiassose del Parlamento italiano fin sulle piazze, bar, luoghi di lavoro e conversari familiari.

I governi succedutisi – Monti, Letta, Renzi, per esempio, hanno nominato fior di studiosi – qualcuno fatto rientrare in Italia dal Fondo Monetario Internazionale, vedi Cottarelli .- altri presi dai think thank delle università, vedi Perotti, ai quali si dava la nomina di COMMISSARIO ALLA SPENDING REVIEW. Cioè li si incaricava di stilare una lista di possibili tagli alla spesa pubblica italiana per poter ricavare non solo denari per abbattere il pesante debito pubblico, ma soprattutto per accumulare un tesoretto al fine di abbassare la pesante pressione fiscale(43%) e ridurre i carichi contributivi delle imprese e quindi agevolare gli investimenti ed i consumi.

La storiella è durata qualche tempo, col susseguirsi di dibattiti vari su ciò che non era necessario o su che cosa poter “tagliare”. Sono stati redatti studi e report, alcuni secretati, altri usciti postumi alle dimissioni degli autori dall’incarico governativo. Si sono affrontati centinaia di dibattiti, ma alla fine su 800 miliardi si spesa pubblica nulla o quasi si è riusciti a tagliare perché ha detto l’attuale Presidente del Consiglio “non sono i tecnici che devono decidere i tagli ma la politica”. Giusto! Il problema è che i tagli non li hanno fatti né i tecnici ma neanche i politici. Perché ogni taglio significa meno soldi o privilegi alle persone o gruppi sociali e quindi, probabilmente, meno voti alle elezioni!

Perciò fine della giostra e tutto come prima. Ma…

Con le regole europee del pareggio di bilancio e della diminuzione del debito fino al raggiungimento massimo del 60% del bilancio occorreva trovare altre strade per poter dar corso alle iniziative o alle ”promesse”.

Per inciso va osservato che non è l’Europa che è cattiva o qualcuno che comanda l’Europa ed impone le regole che sono per noi pesanti. In  Europa – ancora maledettamente una Confederazione – ognuno dei 28 membri(il Regno Unito è ancora dentro o lo era al momento di quelle decisioni) uno vale uno, la Germania conta un voto come Cipro o la Grecia e l’Italia conta pure un voto. Non solo. Le decisioni vengono prese dal Consiglio dei Capi di Stato o di Governo all’unanimità .- Qualcuna a maggioranza, ma con un sistema misto tra numero di stati e popolazione. In definitiva se l’Italia si fosse impuntata certe regole non sarebbero passate. Ed ancora. Il Parlamento italiano a stragrande maggioranza non solo le ha approvate ma le ha inserite nella Costituzione – contraddicendo il Presidente Renzi secondo il quale la Costituzione non sarebbe stata mai modificata!

Quindi la tagliola è stata questa: da una parte la non volontà di ridurre le nostre spese pubbliche, dall’altra i vincoli che anche l’Italia si è data insieme agli altri membri dell’Unione europea. Come fare?

Si scopre l’uovo di Colombo: comincia a circolare l’altra parola che diventa di  moda. Dopo due anni di spending review arriva la “flessibilità”.  Significa la possibilità, autorizzata dall’Unione europea, nell’ambito delle regole di cui abbiamo detto prima, di aumentare il debito italiano spendendo una quota di denaro in più per dare, per esempio, il bonus degli 80 euro ecc…

Naturalmente non è semplice ottenere la flessibilità, specie per un paese come l’Italia indebitata per 2250 miliardi di euro. Ma…

Dibattiti, talk show, radio, TV, giornali ecc…

Anche questa parola diventa di moda e la sentite usare da chiunque e dappertutto.

Poi si scopre che forse per lo stato del nostro paese non può essere accordata più flessibilità e allora arriva un’altra parola “austerità”, vale a dire non spendere più di quanto si ha, provvedere a togliersi i debiti, non poter far conto sugli altri, risparmiare ecc…

E qui arrivano i guai, i lamenti, poi le minacce e quasi….facciamo da soli.

Ma c’è un modo per fare ciò: seguire gli inglesi con la BREXIT, potremmo dire ITALIEXIT. Ma…

Contraddiremmo tutta la nostra politica ed inseguiremmo quelli che finora sono stati definiti i “populisti”.

Quelli, però, sono l’originale, noi la fotocopia!

Non crediamo ne valga la pena. Conta invece avere una politica, intorno alla quale cercare alleati, per la quale convincere gli altri, con comportamenti convincenti, con atteggiamenti umili, seguendo l’esempio di chi, settanta anni fa, con un Paese distrutto e problemi seri di sopravvivenza, senza alzare la voce e senza spocchia, seppe reinserire l’Italia tra i paesi che contavano con alleanze politiche, militari ed economiche che sollevarono l’Italia e la rimisero in cammino, fiera e a testa alta.

Presidente Aiccre Puglia

Membro direzione nazionale Aiccre